Una città si veste a festa.
In fondo le sono sempre stato legato: una città fatiscente, senza niente da dare, con poco da dire (e che comunque ha sempre tenuto per sé)… in fondo le somigliavo.
È sempre stata ad annaspare dopo un’infanzia provinciale in un passato sfruttato tra lamiere, fonderie e colate di cemento che servivano a ghettizzare di notte i napuli che di giorno spremeva — meccanismo oliato con il sudore della povertà e dell’ignoranza. Come si fa a chiamarla “Rivoluzione” Industriale, se ha mantenuto la continuità della schiavitù?
Perverso desiderio d’imborghesirsi di chi la sera mangia pane e cipolle. In fondo è più conservativo chiedersi “dove si va?” davanti ad un aperitivo che far fiorire in qualche modo il letamaio che fermenta dentro, mentre si nega a se stessi che la tua laurea in Economia e Commercio (o in qualunque altra facoltà in Produci-Consuma-Crepa) è saltata fuori dai calli dei tuoi. Arricchiti figli della resa.
Ora ‘sta città sa che fra poco il mondo la guarderà. Come un’anziana signora in cerca di attenzioni si mette il vestito buono. E non riesce a capire che magari tutti la guarderanno, per tutta una serata, ma nessuno in fondo la noterà. Si fa la plastica, senza rendersi conto che si sta sfigurando.
Mangeranno alla sua tavola, si complimenteranno con il cuoco, ma il suo futuro è l’ospizio.

…e mi fa male che creda siano sorrisi i ghigni che la circondano…
Fra poco il treno partirà, più veloce che mai… Ti sei chiesta dove andare?

1 commento su “…”

  1. la seconda parte mi ha quasi commossa: hai dato una descrizione emotivadi questo luogo che potrebbe benissimo descrivere me. l’unica differenza è che io sono consapevole di tutto ciò. il che è anche peggio.

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