C’è un quartiere a Torino chiamato Borgo Dora, ma meglio conosciuto come Balôn. Ogni sabato si trasforma in un mercatino dell’usato in cui si può trovare qualsiasi cosa: vestiti, oggetti, cianfrusaglie, paccottiglia. È carino, la “grande” e “moderna” città si trasforma improvvisamente in qualcosa di più antico, rilassato, con poche pretese, lontana dal concetto di avvenirismo turistico a cui ultimamente questo posto vuole tendere. Questa zona è lontana secoli dall’Olympic Host City 2006.

Oggi questa zona è carina, da vedere, se ci capiti. Anni fa era grandiosa. C’era un giardinetto. C’è ancora in realtà, ma l’hanno recintato per evitare che frotte di ragazzi pieni di droga fino alle unghie dei piedi vi si raggruppino. L’hanno blindato per disperdere l’agglomerazione di questa gentaglia che poco a poco si è nascosta, dispersa, probabilmente scomparsa. Da quel momento questa città che tanto odio e tanto amo ha cominciato ad imborghesirsi. Ad un primo sguardo, si potrebbe pensare che tutta ‘sta gente si sia spostata al sabato sera dei Murazzi, ma non è così… lì si va per divertirsi, per rovinarsi.

Al Balôn del sabato pomeriggio c’era qualcosa di magico, di arcano. Noi non si mancava mai, lì era dove si doveva essere. Tutto poteva essere. Ci si conosceva tutti, anche se non ci si era mai visti prima. La gente che ci andava, al di là di plastiche e maschere che tutti si aveva, sentiva di volere qualcosa, che mancasse qualcosa, anche se non si riusciva a capire cosa. Nessuno possedeva nulla, ma non c’era bisogno di quello che poteva riempire questo vuoto di possesso.

Si facevano le cose senza programmarle e senza aspettarsele. Ti ritrovavi nella casa in montagna dei genitori di qualcuno che avevi appena conosciuto — o che non conoscevi ancora —, i sensi intorpiditi, senza motivo; ti annoiavi lo stesso, ma non era un problema.

Eravamo adolescenti. Tutte le persone che ancora oggi conosco o frequento (o non frequento), sono direttamente o indirettamente collegate a quel posto.

Ora tutto intorno a me si è o si sta adagiando. Sistemarsi, possedere qualcosa, avere comodità. Tutti con un mutuo, una gravidanza in corso o figli già svezzati, la macchina nuova senza la quale non si va nemmeno a comprare le sigarette, viaggio last-minute. Sposiamoci tutti. E tutti si stanno sposando. Gente che si dipinge anticlericale o addirittura anticattolica a riempire di parenti ed amici le navate di una chiesa. “La mia donna ci tiene“, “I miei ci tengono“. Ciò che interessa a loro stessi poco conta. Il fatto è che una cerimonia pubblica ti porta in casa molti soldi, anche se non lo ammetti.

Maturità immobile, nessuno esce dalle proprie abitudini, l’incertezza è un rischio che non si può correre.

E, come sempre, finisco con il sentirmi inadeguato

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